CENNI STORICI


Le origini di Pizzighettone sono legate al fiume Adda, che ancor oggi ne connota inequivocabilmente il centro storico, dividendolo in due parti, di cui una situata sulla sponda destra e oggi denominata Gera, si dice sia sorta nelle vicinanze dell'etrusca Acerra.

L'antica città, la cui importanza è ripetutamente attestata dagli storici latini, venne in seguito distrutta e riedificata dai Galli. Conquistata dai Romani (221 a.C. - 451 d.C.), scomparve infine durante l'agonia dell'Impero. È, appunto, a partire da quell'epoca che, complici le varie ondate di popolazioni "barbariche", il nome "Acerrae" non viene più citato mentre, in sua vece, emerge il toponimo di "Forum (o Pizus) Juguntorum (o Diuguntorum), che Strabone attribuisce alla nuova località, ritenuta erede del precedente centro etrusco. Grazie alla plurisecolare e favorevole collocazione sull’Adda, accentuata dall'esistenza di un porto che propiziava gli scambi commerciali e che gli consentì, in epoche successive, di godere della condizione di "borgo franco", Pizzighettone divenne, in epoca medievale, luogo di contesa tra i Comuni di Milano e Cremona. Furono proprio i Cremonesi, nel 1133, a dare avvio alla costruzione di un castello sulla riva del fiume, a scopo difensivo, originando quella costante connotazione militare, tipica di un caposaldo di frontiera, che accompagnerà il centro abduano fino a tempi non molto remoti.

Passato a far parte del dominio visconteo, il borgo rivierasco viene cinto da una cerchia di mura in laterizio e successivamente, con Francesco Sforza, dichiarato "Terra Separata", direttamente dipendente dalla Cancelleria del Duca di Milano. Ad attestare le floride condizioni economiche raggiunte da Pizzighettone (allora chiamato Piceleo) in quel periodo, restano la facciata della chiesa di San Bassiano ed il Palazzo Comunale, risalente alla seconda metà del Quattrocento, salvo più tarde modifiche.

Nei primi anni del Cinquecento, dopo alterne vicende, il borgo murato, conquistato dai Francesi, rimane nelle loro mani sino a quando le sorti dell'insanabile conflitto tra la Francia e la Spagna per il predominio europeo volgono decisamente a favore di quest'ultima, cui Pizzighettone apparterrà per oltre un secolo. A siglare l'importanza strategica della piazzaforte piceleonense anche per quell'epoca resta il fatto che, proprio entro le mura del suo munito ed imprendibile castello, venne rinchiuso prigioniero dal 27 febbraio al 18 maggio 1525 il re di Francia, Francesco I di Valois, dopo la sconfitta inflittagli a Mirabello di Pavia dall'esercito del re di Spagna Carlo V d'Asburgo. Della sua permanenza in riva all'Adda, il sovrano francese serberà, comunque, un buon ricordo e, tornato libero, vorrà esprimere la propria riconoscenza verso l'amico Gian Giacomo Cipello, colto parroco di San Bassiano, inviandogli alcuni preziosi doni, tra i quali il paliotto per l’altare maggiore, pregevole opera d’arazzieri parigini, ancor oggi parte del patrimonio artistico della medesima chiesa.

Il destino "marziale" di Pizzighettone non venne meno neppure durante la dominazione spagnola e fu riconfermato quando, nel XVIII e nel XIX secolo, il paese subì le successive occupazioni degli Austriaci e delle truppe napoleoniche appartenendo, infine, di nuovo all'Austria fino all'Unità d'Italia.

Le Mura
Pizzighettone presenta l'unica cerchia di mura pressoché integra in provincia di Cremona ed una delle più imponenti tra quante sono sopravvissute in Lombardia. Raro esempio d'architettura militare, concepito agli inizi del Rinascimento e continuamente perfezionato, modificato nella successione dei camminamenti interni, esterni o sotterranei, nell'articolata composizione dei volumi murari come nella localizzazione delle porte d'accesso o del Rivellino, costituisce uno straordinario documento storico ed un'indubbia attrattiva turistica.

La costruzione di un primo fortilizio circondato da fossato risale al 1133, unitamente alla realizzazione attorno al borgo di una doppia palizzata in legno, rinforzata all'interno da un terrapieno. Con l'arrivo dei Visconti, precisamente di Bernabò, nel 1370 fu eretta, su disegno di Raffaele Trabucco, la prima cerchia in mattoni, circondata da una fossa alimentata dalle acque dell'Adda e munita di quattro porte.

Tale assetto, ad eccezione della costruzione del Rivellino per volere di Cabrino Fondulo, nel 1404, era destinato a durare fin verso la metà del Quattrocento quando, in epoca sforzesca, per contrastare un'avanzata veneziana, si rese necessario provvedere ad un potenziamento della cinta fortificata, portato a compimento sotto la direzione di Guiniforte Solari.

La maggiore "riforma" della struttura venne, comunque, attuata dagli Spagnoli, a partire dal 1585. L'architetto bolognese Pellegrino Pellegrini inglobò il preesistente giro di mura in una nuova cinta bastionata, escluso il lato lungo il fiume, per questo attualmente la cortina muraria ha una sezione variabile da uno a tre metri, dato che anche successivamente venne irrobustita. In età austriaca (1707-1859), dopo i notevoli interventi decisi da Carlo VI d'Asburgo, che portarono alla demolizione della cosiddetta "Gera Lodigiana" e dell'antica chiesa di San Pietro in Pirolo, poi riedificata all'interno delle mura, nel penultimo decennio del Settecento, con Giuseppe Il ebbe inizio un parziale smantellamento della fortezza pizzighettonese, interrotto solo durante l'effimera occupazione napoleonica. Durante la Restaurazione, infatti, contemporaneamente alla smilitarizzazione della piazzaforte, proseguì la demolizione del castello, già molto degradato da un incendio scoppiato nel 1801.Oggi, la cerchia delle mura, aperta al pubblico, conserva intatta la sua struttura meridionale, (di cui è possibile percorrere l'itinerario esterno ed interno) e tutta la parte che dall'ingresso al centro storico (Via Marconi) raggiunge il Serio Morto, costeggiandolo fino all'Adda. Particolarmente suggestive, sono le passeggiate su cammino di ronda lungo il settore che da sul Serio e quella in fregio al fossato, (oggi prosciugato) da Porta Cremona a Porta Soccorso, che permette una visione incomparabile dell’intero tratto sudorientale della cinta. Anche l'interno, caratterizzato da una sequenza di ampie case matte voltate ed intercomunicanti, presenta motivi di fascino, soprattutto nella zona del Rivellino.

Sulla sponda destra, la borgata di Gera conserva quasi interamente la cintura muraria, caratterizzata, qui, da spaziose casematte a volta in laterizio, sovrastate d un verde terrapieno, come sul settore meridionale pizzighettonese.

Vi rimane, pure, un'antica polveriera, simile all'altra situata sulla sponda sinistra del fiume, in prossimità di Porta Soccorso ed ora adibita a sede della Pro Loco. Delle antiche porte, sopravvivono oggi in buone condizioni Porta Crema, lungo il Serio, Porta Cremona Nuova, al centro del paese e Porta Soccorso, in bella posizione sulla sponda dell'Adda.

Dentro e fuori le Mura
Le numerose vicende storiche che costituiscono il passato di Pizzighettone ne hanno ovviamente condizionato anche lo sviluppo urbanistico, il cui volto appare oggi caratterizzato da un'impronta di sobria eleganza dello editicato, fortunatamente poco compromesso da alterazioni recenti; il corso dell'Adda divide il centro antico in due parti, collegare da un ponte, ciascuna delle quali presenta una propria

connotazione urbana. Sulla sponda sinistra, è il capoluogo vero e proprio, mentre sull'altra riva si distende la borgata di Gera.

All'interno del nucleo storico. Il monumento assurto a simbolo di Pizzighettone è il Torrione, sopravvissuto alla distruzione del castello, in quanto documento della prigionia del re Francesco I nel XVI secolo.

La merlata torre si erge possente a breve distanza dal ponte sull'Adda e, nelle due sale al piano terra e al primo piano, conserva lacerti di affreschi risalenti alle prime epoche del castello, che ne evidenziano il ruolo anche residenziale. La stanza al terzo piano ospita alcuni cimeli:

una copia dell'armatura del re francese, una cassapanca e vari quadri alle pareti, con ritratti di personaggi importanti per la storia locale, eseguiti dal Pollaroli.

Si dice che, proprio in questa stanza, il re abbia trascorso la sua prigionia. Del distrutto castello rimane, inoltre, la base di una torre, detta appunto "Mozza", in Piazza Cavour. Da qui, percorsa la centrale Via Vittorio Emanuele, si raggiungono la chiesa maggiore e il Municipio, fiancheggiato dalla Casa Prepositurale: bell'edificio quattrocentesco, un poco rimaneggiato. L'armoniosa piazzetta del Comune può considerarsi il centro monumentale del paese e la parrocchiale di San Bassiano, nella composita articolazione delle sue secolari strutture, ne testimonia le vicissitudini storiche. Fondata molto probabilmente verso la metà del XII secolo, rivela appieno la sua antichità

già nella facciata a capanna. in cotto, la cui compattezza muraria. ingentilita da un ornamento polilobato che ne percorre oli spioventi acquista levità nel magnifico rosone centrale, realizzato nel Quattrocento.

Anche la parte absidale è degna di nota per l'avvincente euritmia delle proporzioni. Lo spazio interno, diviso in tre navate, contiene una splendida Crocifissione affrescata da Bernardino Campi sulla parete di controfacciata e, nella cappella della Madonna del Rosario, tre formelle marmoree raffiguranti rispettivamente l'Annunciazione, la Natività e l'Adorazione dei Magi, considerate tra i migliori esempi del genere nel panorama scultoreo del Trecento lombardo. Tra le varie opere che arricchiscono il corredo artistico della chiesa, (eretta in Collegiata a partire dal 1530), un punto di rilievo spetta anche al tabernacolo destinato a contenere la reliquia della Sacra Spina attribuito ad uno scultore cremonese influenzato dai modi di Gaspare Pedoni e di Gian Cristoforo Romano e all’affresco della Vergine Annunciata, conservato nella cappella del Crocifisso opera di un ignoto pittore quattrocentesco. Di mano di Bernardino Campi e aiuti sono inoltre, l'affresco avente come tema la Decollazione del Battista, nella cappella di San Giuseppe, e i medaglioni con le figure dei profeti posti a scandire la navata Centrale. Di fronte alla chiesa, si erge il Palazzo Comunale, l'antica "IDomus Comunitatis", in cui si ritrovano tutti gli elementi caratteristici dell'architettura tardo-gotica, già rivestiti di una grazia rinascimentale.

Imboccata Via Garibaldi, porticata nel primo tratto, si raggiunge in breve il palazzo denominato "Quartier Fino", dove hanno sede la Biblioteca comunale e il Museo civico, in cui sono conservati interessanti reperti paleontologici e una nutrita collezione d'armi di varie epoche. Lasciato il museo, pochi passi portano nel giardino pubblico in riva all'Adda, da cui è possibile ammirare, sull'opposta sponda, il lineare profilo delle case di Gera, concluso verso nord dallo slanciato campanile della chiesa di San Rocco, il più antico del paese. Attraversato il ponte, alla sua destra si estende la piazza del mercato, con il lato occidentale occupato in parte dalla suddetta chiesa.

Vi sono custodite stupende tele: la pala absidale, attribuita al Massarotti, una Natività, assegnata a Bernardino Gatti e, soprattutto, collocate entro cornici lignee dorate attribuite al Bertesi e alla sua bottega, la pala del Malosso con la Madonna e Santi e quella con l'Arcangelo Michele e Santi, fortemente evocatrice del fare pittorico di Roberto de Longe. Procedendo lungo la Via Smancini, s'incontra la chiesa di San Marcello. la cui composta facciata s'inserisce felicemente nella lunga teoria lievemente arcuata delle case. Al suo interno, degni di nota sono l'altare maggiore, in legno dorato riccamente ornato, contenente in una nicchia il Crocifisso miracoloso che si dice rinvenuto sul greto dell'Adda, e gli scenografici altari laterali. con elaborate decorazioni in stucco e una pregevole pala settecentesca raffigurante l'Adorazione dei Magi. Poco lontano, è situato la chiesa di San Pietro, eretta in santuario mariano nel 1956. Ricoperto di marmi e mosaici, dovuti a recenti interventi degli anni cinquanta e sessanta, edificio sacro conserva della primitiva struttura settecentesca solo qualche elemento decorativo, oltre al neoclassico campanile della fine dell'Ottocento.





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